L’uso di strumenti di intelligenza artificiale negli studi professionali è ormai entrato stabilmente nel dibattito strategico tra i partner, consapevoli dell’impatto che soluzioni tecnologiche adeguate possono avere su produttività, gestione della conoscenza e qualità del servizio. È un percorso che Filippo Caravati, partner di CARAVATI PAGANI, ha intrapreso in modo strutturato da oltre un anno, guidando lo Studio nell’adozione consapevole degli strumenti di AI.
Come riportato da un’intervista a cura di Giulia Maria Picchi – Senior partner Marketude, pubblicata nella sezione Nuove tecnologie e Studio digitale di Eclegal.it nell’Edizione di martedì 28 ottobre 2025, il primo passo è stato un lavoro di analisi comparativa tra diversi chatbot. La scelta finale è ricaduta su una soluzione in grado di integrarsi pienamente con i software già utilizzati in Studio e di garantire un livello di compliance GDPR coerente con l’attività professionale. Decisivo, in questo senso, è stato anche il fatto che il sistema operasse su server europei e in particolare italiani. Ma la vera differenza, ha spiegato Caravati nell’intervista, è arrivata dall’integrazione con l’ecosistema documentale. L’AI non si limita a fornire risposte basate sul proprio addestramento ma è in grado di analizzare l’archivio interno e la posta elettronica, restituendo non solo l’approfondimento richiesto, ma anche i documenti e le e-mail correlate. Un unico output che combina conoscenza generale, memoria storica dello Studio e comunicazioni correnti.
Dalle ricerche complesse alle attività quotidiane
Gli utilizzi concreti sono numerosi e trasversali. Nel team audit l’AI viene impiegata per analizzare con maggiore celerità i libri giornali e individuare pattern anomali o potenzialmente fraudolenti. I professionisti legali la utilizzano come supporto per redigere pareri e condurre ricerche complesse. Allo stesso tempo, lo strumento si rivela prezioso nelle attività quotidiane. Alcuni esempi sono recuperare rapidamente un contatto, ricostruire una discussione avvenuta anni prima, orientarsi tra grandi volumi di informazioni. La ricerca non è più unicamente testuale ma semantica, capace di comprendere il contesto. Caravati racconta come questo percorso abbia avuto anche un effetto collaterale positivo permettendo allo Studio di conoscere meglio le esigenze e le modalità operative dei diversi team. Ne è derivata una maggiore comprensione dei processi, una collaborazione più fluida e la progressiva costruzione di una cultura condivisa del lavoro digitale, in cui le persone sono portate ad alimentare spontaneamente una base di conoscenza comune.
In conclusione, l’intelligenza artificiale viene descritta come uno strumento potente ma pur sempre uno strumento. Le competenze umane, la capacità di formulare le domande giuste e di interpretare criticamente le risposte continuano a fare la differenza.

